“No logo” per favore! (seconda parte)

Se fossi cilentano guarderei al nuovo corso della Fondazione Alario, alle numerose iniziative di alto profilo culturale e scientifico e allo spirito innovativo che stanno emergendo, per immaginare un soggetto “no profit” che possa favorire – restando super partes – la nascita e l’implementazione di un Piano di marketing territoriale. La Fondazione possiede sufficiente credibilità, prestigio e non è vittima del campanilismo che è uno dei principali gap dello sviluppo dei territori. Del resto si coniuga perfettamente anche con il titolo dell’intervento dell’On Conte sul numero “0” della rivista Paradosso, dell’aprile scorso: “Città territorio, oltre il campanile”, con la innovativa proposta di Città Parco.
Ma c’è dell’altro, la capacità di attrarre turisti, favorire la destagionalizzazione, valorizzare il patrimonio culturale anche immateriale, ma soprattutto rivolgere l’offerta a segmenti più attrattivi e “altospendenti”, per quanto attiene agli imprenditori e a tutti gli operatori del Cilento (comprendendo in questa bellissima parola il Vallo di Diano e gli Alburni) andrebbe accompagnata con infrastrutture tecnologiche di nuova generazione (ma con il rischio dei luna park virtuali), sia per quanto attiene agli aspetti tecnologici, sia per quello che concerne la formazione di figure professionali trasversali, le cui competenze sappiano dialogare e “navigare” nelle innumerevoli potenzialità e nella complessità del Web 2.0 che, oltre ad essere uno slogan fortunato, descrive però piuttosto bene il ribaltamento di ruoli prodotto dalla rete e l’enorme valore quanti-qualitativo detenuto dai social network, dalle reti relazionali, e dai soggetti che gestiscono l’informazione e la comunicazione sia web che tradizionale.
Sulla rivista “Il Paradosso”, il direttore Andrea Manzi, ha proposto una nuova figura del Geo-giornalista, una figura che nasce proprio alla luce delle nuove esigenze di comunicazione e informazione, laddove le funzioni tipiche del Web 2.0 sono l’interazione e la creazione di contenuti da parte degli utenti.
Senza voler ignorare l’immensa questione della qualità e della banalizzazione prodotta dalla rivoluzione digitale, resta tuttavia un tema urgente trovare nuove articolazioni per la formazione in questo nuovo mondo (ancora non per tutti soggetto ad una inesorabile rivoluzione digitale).
Il marketing territoriale necessita di figure professionali trasversali, che sappiano dialogare e lavorare in team; io amo definirlo il blur, l’indistinto; la formula per condividere conoscenze e competenze è la dimensione detta del knowledge sharing. Condividere conoscenza significa interazione e scambio di informazioni, esperienze, pratiche tra team con interessi e obiettivi comuni, finalizzato al miglioramento dei processi per raggiungere risultati. E cos’è il marketing territoriale se non un processo di knowledge sharing tra chi deve “attrarre” e chi viene attratto in un’area?
I geo-giornalisti – se posso permettermi di offrire uno spunto – li immaginerei capaci di amplificare, approfondire, raccontare i valori del patrimonio tangibile e immateriale che il territorio esprime, con la sua storia, l’arte, l’economia, le persone; la politica dovrebbe promuovere questi processi, non stare a guardare e intervenire a posteriori.

 

advstudios_Analytics All Web Site Data Coinvolgimento 20130823-20130830

 

Un brand territoriale è come una bandiera, rappresenta un sito, un insieme di città, paesi, un popolo e i valori culturali che esso esprime; serve a riconoscersi, ma serve anche a produrre la sintesi necessaria perché nella confusa e inesorabile semplificazione che i nuovi media richiedono, si possa affermare l’identità dei luoghi che il brand, se ben progettato, deve poter esprimere.
Naturalmente il mondo che va sempre più verso la connessione globale, come diceva Rifkin al principio del secolo: “nella new economy sono le idee, i concetti, le immagini – non le cose – i componenti fondanti del valore” (J.Rifkin L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Milano 2000). Sembrerebbe prevalere il primato dell’immagine, invece io credo che la battaglia tra verbocentrismo e oculocentrismo, che poi è cultura della visione, sia sempre in atto.
L’idea che si debba partire da un marchio è paradossalmente una sottovalutazione della cultura visiva, del design della comunicazione, non è la considerazione del valore e del potere dell’immagine. Non si spiegherebbero diversamente gli innumerevoli siti e portali web che nascono – anche nel Cilento – ritenendo di mettere un cappello su una sedia per diventare interlocutori di chissà quale progetto, di chissà quale business, senza capire che non è solo nella tecnologia che si trova lo sviluppo. È come costruire strade per un territorio nel quale nessuno sa dove vuole andare. Mi viene di pensare al Totò e Peppino di: “Per andare dove vogliamo andare, da dove dobbiamo andare? Sa è una semplice domanda”. Peccato che le risposte siano molto complesse. Non a caso il vigile milanese non ha risposto. Ma non avrebbe certamente risposto “ci vuole un marchio”.

 

 

Enrico Pennino

Pubblicato da: Enrico Pennino

Da 40 anni impegnato a capire e comunicare, ha deciso quasi subito di optare per l’immagine. Nel 1999 anni si diploma col massimo dei voti al corso di grafica presso l’Istituto Superiore di Design di Napoli. Art Director del team "Zelig" per 13 anni, è stato, nel 2004, premiato col Compasso d’Oro per il progetto di identità visiva della Soprintendenza Archeologica di Pompei; vanta, inoltre, altri riconoscimenti e Premi Agorà. Già professore di progettazione al corso di Grafica dell'ISD di Napoli per 10 anni, dal febbraio 2012 collabora come Art Director e Copywriter presso Advertage Communication e ricopre il ruolo di tutor aziendale e docente di graphic design agli Adv Studios di Nola. Scrittore per hobby, ha all'attivo tre pubblicazioni.

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